10 - Unione e Solidarieta

L'Aquila raccontò una favola per insegnare che ognuno nella società deve fare la sua parte.

S ·  M ·  L · 

Ognuno deve fare la sua parte

Tutti dobbiamo collaborate per il bene dell’Impero

Dopo aver visto il Quirinale e Montecitorio Quirino e Romoletto tornano dall’Aquila Imperiale presso il Colosseo. Hanno in mente proprio coloro che guidano il Paese e pensano alla figura dell’Imperatore e del senato all’epoca romana.
“Grande era l’impegno di chi dirigeva l’impero, ci si doveva rendere conto che tutto si basava sul popolo!” commentò l’uccello.
“I cittadini erano la colonna portante di tutto e andavano guidati con saggezza, solo impegnandosi con tutto il cuore i pontefici massimi e i governatori riuscirono a raggiungere l’altissimo splendore!” aggiunse l’aquila e poi, mentre l’aria notturna cominciava a farsi frizzantina, ella narrò:

Era assai arduo governare Roma, chi aveva in mano le redini della città imperiale aveva immensa responsabilità.
“Occorre pensare alle derrate alimentari, alla legna, al lino, a sfruttare le miniere!” dicevano i consoli all’imperatore, egli si preoccupava delle domus dei patrizi, delle capanne dei plebei, degli altari che servivano a scopi religiosi.
L’imperatore inviava tra la gente i suoi messi, per sapere se il popolo era soddisfatto:
“Vogliono grano e vino!” rispondevano i messi e allora si preparavano cereali e beveraggi.
I barbari erano ben lontani dal confine ma l’imperatore non era a posto con sé stesso:
“Non basta pensare all’economia, alla flotta e ai cavalli della legione, voglio far capire ai romani che ognuno deve mettere sé stesso per il bene dell’impero!” disse il pontefice massimo e cominciò a mandare poeti a leggere e attori a recitare nei teatri, opere che portassero la gente a collaborare e a essere unita.
Ognuno doveva fare il proprio compito.
Il macellaio avrebbe voluto sollazzarsi e darsi ai bagordi.
“Come puoi lavorare la carne se il cacciatore non te la porta?” gli chiedevano i messi dell’imperatore.
Così pure s’insegnava al panettiere a collaborare col mugnaio e si cercava di far capire all’oste che a poco servivano i suoi tavoli e i bicchieri, se non c’era chi pensava a curare le vigne.
L’imperatore, rifacendosi ai classici greci, presentò spettacoli che rappresentavano l’unità del popolo, l’esercito marciava accomunato dallo stendardo imperiale innanzi come simbolo di coesione.
Piano piano il fornaio cominciò a capire di doversi unire al mugnaio, il taverniere con il viticoltore e il macellaio con chi gli portava la carne.
“L’impero è come un enorme mosaico, ognuno deve mettere la sua tesserina!” disse il pontefice massimo mentre cavalieri con corazze argentate e vestiti rossi e blu si muovevano innanzi ai senatori caracollanti che festeggiavano lo splendore di Roma… e fu l’apoteosi dell’unione e della solidarietà.

Le favole di Roberto Bianchi 

 

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a cura di Patrizia Pisano • c/o GRAFOPOLI - Roma
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