11 - Il Valore della Vita

L'Aquila Imperiale narrò ai ragazzi come i gladiatori venivano preparati ai combattimenti

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Bisogna sempre apprezzare il valore della vita

I coraggiosi gladiatori

Roma è stupenda, capitale ancora del mondo intero, coi bei colli Albani che fanno sinuosa la pianura, i Monti Sabatini e i Monti Sabini a ravvivare la campagna, ma nel cuore di tutto si vede maestoso il Colosseo, con tutto ciò che ci gira attorno: turisti, traffico, visite guidate, ciceroni, attività spettacolari.
“…E ai tempi degli imperatori cosa c’era attorno al Colosseo, chi ci lavorava, cosa si faceva?” domanda Romoletto all’Aquila Imperiale.
Il rapace parla dei culti di Cerere, Diana e Minerva:
“I romani credevano in tanti dei, in ogni casa  c’era una piccola ara sempre accesa, curata dalla matrona, per invocare i numi tutelari della famiglia ma la gente badava molto ai sollazzi e ai divertimenti, così la vita attorno al Colosseo era assai particolare!”
L’uccello volò allora verso l’Ara pacis, accompagnata da Romoletto e Quirino che le erano nuovamente saliti in groppa.
L’Ara Pacis è un altare magnifico, costruito dai romani per celebrare le vittorie e dedicato alla pace e precisamente alla cosiddetta Pax Romana che cominciò al ritorno di Augusto dalla sua campagna pacificatrice in Gallia e Spagna e durò sino alla morte dell’imperatore Marco Aurelio, nel 180 d.C.
“Durante questo lungo periodo di pace la gente frequentò molto gli spettacoli del Colosseo, anche allora tutto era pieno di vita.
Si offrivano cibi e beveraggi, si muovevano vari personaggi a invitare il popolo al sollazzo e al divertimento, si leggevano passi importanti di filosofi e si annunciavano gli spettacoli del giorno; soprattutto però, per quanto riguarda la vita attorno al Colosseo vi narrerò una fiaba che parlerà di come venivano preparati i gladiatori ai combattimenti!”
disse l’Aquila e poi cominciò:

Divertirsi è bello ma bisogna sempre rispettare la dignità di ciascuno e apprezzare il valore ella vita.
In quell’epoca di festini e bagordi, spesso i patrizi andavano perdendo il senso della giustizia e lo splendore dell’esistenza. Coi lumi offuscati dal vino che veniva servito alle loro ricche mense, a volte si sentiva parlare di suicidi senza senso, o di matrone che si erano uccise per futilità.
Non pensavano certo a queste cose i gladiatori. Essi si allenavano duramente. Erano per lo più personaggi poverissimi e non solo schiavi, era gente che pur di intascare qualche sesterzio rischiava ogni cosa.
“Avanti!” urlava il loro proprietario nella palestra dove prendevano a pugni un sasso per temprarsi la muscolatura, erano madidi di sudore e si addestravano con il gladio.
Spesso non c’era per loro scampo, oltre il 50% di loro moriva nei combattimenti corpo a copro e si arrivava all’80% quando il pubblica esigeva lo scontro con le belve.
Per il pubblico, anche se non è facile da spiegare questi esempi di eroici modelli, che davano la propria vita superando egoismo e individualismo per far gioire il popolo, avevano aspetti assai edificanti; si riusciva inoltre, immedesimandosi nel protagonista a vivere sensazioni estreme, imparando ad avere coraggio e volontà.
Era davvero dura allenarsi per i gladiatori.
Essi erano tuttavia addestrati anche a morire con onore, perché ci vuole un grande cuore per accettare il momento del trapasso.
Nelle palestre essi si addestravano a comprendere che la vita è un cammino verso qualcosa di più bello e più alto e specialmente quando la religione cristiana cominciò a prendere piede essi impararono a seguire gli insegnamenti del grande Ursus, lo schiavo che in epoca Neroniana non ebbe insieme ai suoi colleghi tema di offrire tutto sé stesso affidandosi al cielo.
Non staremo qui a narrare le vicende della stupenda narrazione Quo vadis e ci soffermeremo invece sulla storia di uno dei tanti gladiatori.
Da sotto la curva entrò l’eroe di questa vicenda vestito da un perizoma di cuoio, senza elmo e con le stinchiere lise. La folla era tumultuosa e invocava la morte. Si vedeva di lontano il volto sereno del gladiatore.
“Trema e chiedi pietà!” urlavano i patrizi rivolti al povero negletto.
Egli non fece smorfia. Guardò in alto e poi si voltò verso l’imperatore:
“Non temo la morte ma il peccato e voi siete peccatori perché sacrificate la vita di un vostro simile per il vostro divertimento!” fu in men che non si dica sbranato dalle belve ma le sue parole erano state udite dalle migliaia e migliaia di astanti e tutti, compresi gli altolocati e gli sprezzanti consoli per un attimo compresero il valore della vita, grazie a quel gesto eroico del gladiatore che con dignità e onore accettava il pollice verso:
“Ave Caesar, morituri te salutant (Salute oh Imperatore, colui che si appresta a morire ti saluta)!” disse prima di rantolare e spirò tra gli applausi commossi dei romani pentiti.

Le favole di Roberto Bianchi 

 

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