14 - Le daghe incantate

L'Aquila imperiale raccontò a Quirino e Romoletto la fiaba delle daghe incantate

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Le daghe magiche parlarono ai romani

Le daghe magiche urlarono il diritto alla vita di ognuno

E’ meraviglioso camminare per Roma, sia di giorno che dopo l’imbrunire. Si assapora una serie di sensazioni meravigliose, come se si potesse davvero leggere la storia tra i san pietrini e vicino alle splendide costruzioni.
Romoletto e Quirino procedono sotto alle stelle e attendono l’Aquila Imperiale, ella vola come al solito con tutta la sua potenza descrivendo una scia luminosa nel firmamento, poi arriva dai suoi due giovanissimi accoliti.
“Salve miei piccoli!” li saluta il rapace imperiale. Essi stanno imparando la gioia di sentirsi romani.
“Proprio questo senso di romanità fu la chiave che portò Roma all’apice della storia!” è il commento dell’Aquila che inizia il racconto della sera. Quirino si siede vicino a uno dei tanti ingressi del Colosseo.
“Proprio da qui…” dice il rapace indicando un’iscrizione scolorita superiormente a un arco…"entrava al termine dello spettacolo mattiniero il carro con il pane per il pubblico!" ergo iniziò a fare da narrastorie:

La vita dell’impero procedeva, ma il popolo continuava ad accorrere ai giochi ludici senza pensare a quanto accadeva nelle terre conquistate. Nei luoghi sconfinati, dalla Britannia all’Africa, le genti anelavano a divenire romani in toto, per conquistare la soddisfazione e i diritti di essere cittadini dell’impero.
“Questa mattina il nostro imperatore  Caracalla…!” diceva l’araldo dalla tribuna centrale “…dopo aver offerto la rappresentazione scenica della battaglia a Cartagine vi offre il pane!”
Dall’ingresso principale entrarono soldati a cavallo. Portavano belle corazze e si vedevano stupendi tessuti rossi e blu a coprir loro le braccia. I pretoriani intanto controllavano il palco del Cesare.
In alto, a coronare la struttura immensa del Colosseo sventolavano le bandiere azzurre con le immagini della lupa capitolina, dell’aquila e del leone.
Dietro ai soldati a cavallo entrò il carro enorme del pane. Pagnotte vennero lanciate alla plebe e a tutti gli occupanti le tribune. La gente si smanettava e cercava di afferrare quanto veniva offerto.
Nessuno pensava alla storia che continuava, interessavano solo il pane e gli spettacoli.
I popoli conquistati non avevano per i romani una dignità, servivano semmai per assortire la schiera dei gladiatori che sarebbero periti nei ludi.
Si parlava dei neri, degli ispanici, di tutte l’etnie che infoltivano le gabbie sotto l’arena.
Il pomeriggio però avvenne un fatto eccezionale.
“Ecco a voi lo scontro misto tra tutti i gladiatori che hanno superato la prova della mattina!” disse l’annunciatore mentre gli spettatori urlavano e vociavano. Si alzarono le grate: muniti di scudi entrarono i gladiatori.
Sarebbe cominciata la lotta, presto le daghe si sarebbero incrociate e si sarebbero uditi i loro acuti rumori sferragliare forte.
Si trattava però di daghe magiche, che volevano urlare il diritto alla vita di ognuno.
Di colpo le lame s’illuminarono d’immensa luce. Non venne sparso sangue quella volta. Non si assistette alla violenza ma a una testimonianza dei diritti di tutti.
Le daghe si unirono in cerchio mentre tutti guardavano stupiti.
“Ammirate i carri, le fiere e gli spettacoli, le corse delle bighe e le esibizioni ginniche, ma non godete della morte degli schiavi e dei rappresentanti i popoli lontani!” urlò una delle daghe più rilucenti.
Il popolo romano andava comprendendo il diritto di tutti a essere cittadini dell’impero e presto il concetto si evolse.
Tutte le genti conquistate poterono sentirsi parte dell’impero acquisendo diritti e l’imperatore Caracolla regalò alle genti questa importante conquista: cosa eccezionale.
Fu il tempo della cosiddetta Cittadinanza Universale.

Le favole di Roberto Bianchi 

 

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a cura di Patrizia Pisano • c/o GRAFOPOLI - Roma
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