Proprio dopo aver passato una giornata a Piazza Venezia, Romoletto e Quirino, sul far della sera, quando la bronza delle 21 è ancora calda, si recano al Colosseo.
L’aquila gli racconta dei tempi antichi, quando nelle vie dei luoghi che hanno visto nel pomeriggio, scorrazzavano i barberi, in un grande affollamento, in occasione del carnevale.
“Ma insomma i ludi e i giochi e i momenti di divertimento a Roma sono sempre stati assai importanti!” dice Quirino immaginando il gran movimento che c’era attorno a qualsiasi spettacolo nella Roma Antica.
“Il romano ha sempre avuto voglia di giocare, però anche all’epoca degli imperatori occorreva imparare a comportarsi!” commentò il rapace e poi, con il rostro serrato narrò:
Erano i tempi dei giochi ludici nel grande anfiteatro Flavio. La folla gremiva gli spalti e urlava i nomi dei gladiatori desiderati sul campo.
“Forza Maximus!” si sentiva esplodere la curva; oppure si urlava:
“Viva Cassius!”
Era un gran fermento e molti non riuscivano a mettere freno ai bollori. Sulle gradinate scoppiò un’immane rissa. Nessuno pensava più allo spettacolo.
Volavano cazzotti e c’erano anche spade e coltelli. Stava per essere una strage. La gente si spingeva.
Qualche giovane rischiava di essere calpestato dalla folla inferocita.
Ognuno picchiava o mostrava la propria arma senza pensare più a niente, ma solo con la violenza che lo guidava.
Clamore e urla, donne che fuggivano erano il succo dello scenario. Il cielo tosto si oscurò e Marte in persona discese. Recava in mano il ramo d’olivo della Pace Vittoriosa.
“Solo coi nemici dobbiamo combattere!” disse levandosi l’elmo e portando la tregua.
“Non facciamoci male tra noi!” poggiò la sua arma e mostrò che scintillava di luce divina.
“Non si deve perdere la testa!” disse e gli spettatori si chetarono tornando ai propri seggi sugli spalti o sulle gradinate.
Lo spettacolo riprese, il dio della guerra aveva voluto spiegare ciò che a tutt’oggi sulle tribune degli stadi non si è ancora capito.
Tra sollazzi e risa la giornata al Colosseo continuò, udendo allegre trombe e ammirando stupendi atleti: era stato proprio sciocco azzuffarsi.
Le favole di Roberto Bianchi