Ormai ad ogni calar del sole, Romoletto e Quirino si dirigono ad ascoltare l’Aquila color dell’oro.
Lo stupendo animale si cala in picchiata dall’aere immensa e comincia sempre a raccontare.
Questa sera una luce lunare splendida, fa pensare a quant’è bella Roma.
L’aquila saluta i giovani ed essi rispondono con gran cortesia, cominciando a prendere sempre più confidenza con l’uccello incantato.
“Dev’essere stato davvero faticoso costruire il Colosseo!” dice Quirino, facendo intendere che è assai curioso.
“Ti risponderò narrandoti la fiaba della stella marina di Ostia!” dice l’aquila, per poi cominciare.
Questa fiaba cominciò a Ostia, presso il porto della Roma Imperiale.
Alla capitale arrivavano presso il lido, carichi d’ogni sorta. Biremi e trireme da trasporto, recavano merci dall’Oriente, dalla Spagna, dalla Grecia e dall’Africa.
Proprio vicino al porto, sul fondale sabbioso, viveva una stella marina che sognava sempre di divenire una stella del cielo e vedere tutto dall’alto:
“E’ bello il mare, ma io anelo a stare su nel firmamento!”
Un giorno, Nettuno decise di soddisfare le sue richieste. Giunse una sirena fatata, cantò indirizzando le sue note a uno stormo di gabbiani, che portarono la stella marina in cielo.
“Finalmente posso vedere tutto!” diceva contenta l’ex-stella marina. Si guardò attorno, Roma sorgeva bellissima alla sua destra, ma soprattutto vedeva svettare una enorme costruzione: il Colosseo.
In men che non si dica, indirizzò tutta la sua attenzione sul gigantesco edificio e la magnifica stellina è tutt’oggi visibile, nelle notti terse, proprio in direzione di ponente, vicino al Colosseo.
“E’ stupenda questa grandiosa costruzione senza porte!” diceva e rimaneva a guardare fino alla mattina prima dell’alba.
A quell’ora cominciava la giornata dei romani, che si destavano molto presto, per lavorare sino a tardi e mangiare solo a inoltrato pomeriggio.
“Quanto marmo!” esclamava vedendo tutto quell’andirivieni di travertino e laterizi, blocchi di tufo e impasti di malta, simili al nostro cemento.
Vennero impiegati ben 100mila metri cubi di travertino. I lavori erano incessanti, c’erano operai e schiavi.
Una corona ellittica, di 530 metri, andò a formare le fondamenta nel terreno argilloso, poi, una volta terminato il basamento s’iniziò a erigere le mura.
Venne costruito un grandissimo imbuto per collocare le gradinate e sopra a ogni cosa c’era un velarium, una sorta d’immenso telo che proteggeva gli spettatori dal sole e dalle intemperie.
Fu davvero un’opera eccezionale, ma la stella era attirata dallo zelo degli operai.
“Eppure sono schiavi!” commentava, non sapendo che il concetto di schiavo dell’epoca romana era assai particolare.
I Romani infatti rispettavano la dignità personale di ognuno. Tanti schiavi si affezionavano talmente al loro signore, dal rimanere per sempre suoi servitori. Soprattutto, per uno schiavo era possibile affrancarsi e conquistare la propria libertà pagandola… e fu proprio grazie a quanto ottenuto per aver lavorato alla costruzione del Colosseo, che molti schiavi poterono riscattarsi.
La stella vide la celebrazione dal cielo una notte di festa, mentre un magistrato poneva sulla testa degli schiavi liberi, detti infatti Liberti, un bastone e li dichiarava svincolati da ogni obbligo nei confronti del padrone, mentre messi imperiali suonavano la lira e si ballava e cantava.
"Ecco cari Romoletto e Quirino una cosa importante raggiunta con gli anni durante l’impero: il rispetto di ognuno".
Le favole di Roberto Bianchi